Vigilante uccise ladro in azione, per la Cassazione non fu un omicidio volontario

LECCE – E’ da rifare il processo d’appello per Crocefisso Martina, il 49enne originario di Torchiarolo, ex vigilante in servizio a Campi Salentina, condannato a quattordici anni di reclusione per l’omicidio del 28enne Marco Tedesco. A stabilirlo i giudici della Corte di Cassazione, che hanno annullato con rinvio la sentenza emessa dai colleghi della Corte d’assise d’appello di Lecce, che avevano confermato la sentenza di primo grado. Un nuovo processo dunque sarà celebrato dinanzi alla Corte d’assise d’appello di Taranto. Secondo i giudici, che hanno accolto il ricorso dell’avvocato Antonio Savoia, quello di Tedesco non può essere considerato un omicidio volontario.

Nel corso del dibattimento del processo di primo grado il pubblico ministero Carmen Ruggiero (così come Antonio Maruccia in appello) evidenziò che i colpi esplosi da Crocefisso Martina furono sparati ad altezza d’uomo, con la consapevolezza del pericolo e dell’eventuale “danno” che avrebbero potuto causare alle persone presenti.

Secondo l’accusa esplodendo quei colpi di pistola Martina accettò tutte le possibili conseguenze, tra cui quella di colpire i ladri. L’accusa aveva ricostruito, in maniera precisa e dettagliata (attraverso riscontri oggettivi e testimonianze), le circostanze che provocarono la morte di Marco Tedesco il 24 gennaio 2007. Un omicidio volontario per cui lo stesso pubblico ministero aveva chiesto una condanna a quattordici anni di reclusione (si tratta, comunque, del minimo della pena per quel tipo di reato).

Quel giorno Tedesco, insieme ad altri tre complici  (di cui uno rimasto ignoto), aveva appena derubato il bar di una stazione di servizio della Q8 sulla superstrada tra Lecce e Brindisi, all’altezza dell’uscita per Campi Salentina. Fu una classica spaccata: i quattro, a bordo di una Y10 e di una Fiat Panda, sfondarono con le auto l’ingresso del bar, per portar via le stecche di sigarette e il denaro contante.

Il furto, l’ennesimo consumato ai danni dello stesso esercizio commerciale, si trasformò però in tragedia. Scattò l’allarme e sul posto intervennero due guardie giurate: con Crocefisso Martina, unico imputato, c’era Francesco Colofeo, di Lecce, che è stato già prosciolto e che si lanciò all’inseguimento di due dei individui. Martina esplose sei colpi (nelle immagini delle videocamere di sorveglianza si sentono cinque boati, ma il sesto potrebbe essere stato coperto dal rumore assordante provocato dalla caduta del registratore di cassa), di cui solo il primo, secondo l’ipotesi accusatoria, a scopo intimidatorio, quando i malviventi si trovavano ancora all’interno del bar.

Marco Tedesco fu raggiunto alla gola dal frammento di uno dei proiettili. Morì poco dopo. Due dei complici della vittima in quella tragica giornata, sentiti come testi, hanno raccontato che stavano cercando di fuggire quando sentirono i colpi. Un proiettile, sparato ad altezza d’uomo, centrò il finestrino dell’auto. Un frammento di piombo, invece, spezzò la giovane vita di Tedesco.

Inizialmente l’imputato era stato rinviato a giudizio per omicidio colposo per eccesso di legittima difesa dinanzi al giudice monocratico della sezione distaccata di Campi Salentina. Il giudice del Tribunale di Campi, Stefano Sernia, decretò invece la sospensione del processo, chiedendo (in un’ordinanza) all’allora sostituto procuratore Maria Cristina Rizzo (oggi procuratore della Repubblica per i minorenni) di modificare il capo d’imputazione in omicidio volontario, rinviando pertanto gli atti per competenza.

Secondo il giudice, infatti, Crocefisso non sparò in aria come ha sempre sostenuto, bensì ad altezza d’uomo e quindi per uccidere. Inoltre, nel corso delle perquisizioni non fu ritrovata alcuna arma in possesso dei complici della vittima (anche se, come detto, uno dei complici riuscì a fuggire a bordo della Y10, mai ritrovata), mentre l’imputato dichiarò di aver aperto il fuoco per difendersi (dopo che uno dei rapinatori aveva allungato il braccio verso di lui).La difesa, dopo il deposito delle motivazioni, ha presentato appello in Cassazione. Il legale dell’imputato, l’avvocato Antonio Savoia, ha sempre sostenuto con certezza l’assoluta innocenza del vigilante. Una tesi fondata, a suo dire, su diversi elementi: l’inattendibilità dei testi, l’impossibilità di stabilire quale fu l’arma da cui fu esploso il proiettile che uccise la vittima, la mancanza di alcuna verifica sulla seconda auto, la possibilità che Tedesco fosse all’esterno dell’autovettura, la convinzione assoluta che l’imputato sparò in aria a scopo intimidatorio e la possibilità che il colpo mortale sia stato esploso da un’arma in uso ai malfattori. Per questo l’avvocato Savoia aveva invocato l’assoluzione per Martina.

21 ottobre 2016

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